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Penso troppo!!! Mi farà bene?

Il rimuginio si differenzia dal pensiero creativo o pensiero funzionale in quanto rimaniamo chiusi nei nostri pensieri negativi e immaginiamo situazioni negative.

Il termine rimuginio è stato introdotto nel campo della psicopatologia cognitiva dagli studi di Borkovec come fenomeno mentale che si accompagna all’ansia e contribuisce al suo mantenimento e aggravamento. In seguito, ha attratto crescente interesse e attenzione, fino ad essere inserito come criterio diagnostico principale del disturbo d’ansia generalizzato nel DSM-IV (APA, 1994).

Il rimuginio patologico sarebbe caratterizzato dalla ripetizione mentale persistente dei termini del problema, unito a predizioni catastrofiche legate al problema che preoccupa il soggetto; inoltre, persiste un’incapacità di scegliere con decisione un piano operativo di risposta al pericolo e di soluzione al problema, in quanto il soggetto tende a giudicare ogni soluzione come insufficiente e non risolutiva.

Quando ci si trova a pensare più spesso ad un problema è bene dunque porsi alcune domande:

  • “I miei pensieri portano ad una soluzione?”;
  • “I miei pensiseri sono utili per affrontare la situazione?”.

Successivamente bisogna distinguere il rimuginio produttivo da quello non produttivo.

Il rimugino produttivo lo possiamo riconoscere perché porta all’azione.

Ricercate i comportamenti evitanti: l’evitamento è una modalità mentale e comportamentale, un processo che consiste nel tenersi lontano da quei luoghi, circostanze e situazioni in cui esperienza ansiosa si è precedentemente verificata o pur senza essersi mai verificata prima, ha secondo il soggetto, più possibilità di verificarsi in futuro.

Inutile sottolineare come questa strategia dell’evitamento sia esistenziale per i pazienti con attacco di panico che progressivamente restringono il loro campo d’azione per non rischiare di incorrere in situazioni che ritengono insopportabili.

Evitando alcune situazioni il rischio è quello di impedirsi di poter cambiare idea rispetto a quanto si teme, costringendosi così a evitamenti sempre più estesi.

Trasformate l’evitamento in esplorazione: con l’esplorazione si ricerca la novità, si allargano i confini, mentre l’evitamento li restringe. L’evitamento in sé non è negativo e anzi può risultare molto utile quando si prevede che le novità siano così minacciose da destabilizzare il sistema stesso.

Attenti a come valutate e interpretate i vostri processi mentali: per esempio nell’attacco di panico la perdita d’integrità psicofisica è temuta in modo tale che il solo pensare all’eventualità di poter subire, ad esempio, un infarto spaventa moltissimo. I sintomi fisici dello spavento e della paura generano ulteriore ansia perchè vengono interpretati come la prova che l’evento temuto si sta veramente realizzando in quel momento. L’interpretazione errata agisce come moltiplicatore della paura stessa e provoca il panico.

Watkins, E. (2016). Rumination-Focused Cognitive -Behavioral Therapy for Depression. The Guilford Press.

Sassaroli S. Lorenzini R. Ruggiero G. M. (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Raffaello Cortina Editore.

Wells, A. (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. McGraw-Hill.