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Lutto e trauma nei bambini

La perdita di una persona amata è una delle cause di maggiore dolore, è fonte di tormento e angoscia e può portare a credere che soltanto il ritorno di quella persona potrebbe portare conforto.

Pensiamo che i bambini non provino la stessa intensità di dolore degli adulti, ma non è affatto così.

Spesso i bambini hanno bisogno che siano gli adulti a trovare le parole per descrivere ciò che loro non riescono a trasformare in discorso. Un bambino che soffre, ma che non riesce a trovare il modo di dirlo, lo manifesta solitamente nel comportamento.
I bambini provano sentimenti molto intensi e non seguono delle fasi come negli adulti. Questo per il diverso sviluppo cognitivo e per la presenza di maggiori meccanismi di difesa che portano il bambino a staccarsi più velocemente dagli eventi dolorosi per non soffrire troppo. Le emozioni che ritroviamo più spesso in questi casi comprendono tristezza, ansia (manifestata con comportamenti iperattivi, inquieti o aggressivi), colpa, rabbia, vulnerabilità e insicurezza, isolamento, disturbi della condotta, disturbi del sonno, dell’attenzione, di concentrazione, regressione, sintomi psicosomatici.

Non è possibile elaborare completamente un lutto senza la presenza di un’altra persona (Bowlby, 1973); per questo bisogna aiutare il bambino a trovare un linguaggio per raccontare “l’amore perso”.

È sicuramente importante raccontare come si sentiva quando amava ed era amato dalla persona che non c’è più, non parlarne lo impoverirebbe emotivamente.

Il suo amore ha bisogno di trovare una voce, così come il suo dolore.

I genitori o le persone di riferimento che si occupano del bambino possono fargli capire quanto è stato fortunato ad aver vissuto una relazione profonda con qualcuno che rimarrà per sempre come un tesoro nel suo cuore e continuerà a riscaldarlo profondamente nell’animo. Un amore che non si esaurirà mai anche nella scomparsa.

Per favorire la separazione è utile sostenere il ricordo di eventi positivi che hanno legato il bambino e la persona scomparsa così il bambino ha la possibilità di introiettare l’eredità spirituale e affettiva lasciata dalla persona scomparsa.

Costruire un senso di continuità tra passato e presente permette al bambino di avere maggiore coerenza e linearità con il proprio mondo interno ed esterno. Mostrare ai bambini le proprie emozioni rispetto come viviamo il lutto è importante, in quanto consente loro di imparare che questi hanno un inizio, una durata ed una fine.

Situazione ancora più complessa è quando il bambino subisce la morte di un genitore. L’esperienza provoca sempre un trauma. Se la morte è improvvisa per esempio a causa di un incidente o di una malattia, il bambino oltre a reagire alla morte del genitore può sviluppare ansia nei confronti del genitore sopravvissuto o dei famigliari stretti.

Anche i lutti subiti dai genitori, quindi indiretti per il bambino, influenzano la relazione d’attaccamento che il genitore ha con il proprio figlio e per questo i genitori vanno supportati nell’elaborazione del lutto, in modo che la relazione d’attaccamento possa stabilirsi correttamente.

Un lutto essendo traumatico può determinare un disturbo post traumatico da stress.

Quando in famiglia avviene qualcosa di così traumatico come una morte è impossibile nascondere la realtà o posticipare la sua comunicazione. Il bambino capisce subito cosa sta succedendo da tutta una serie di segnali indiretti come l’espressione del volto dei genitori, i cambiamenti nelle abitudini quotidiane della famiglia, dall’emotività elevata che costantemente ed inevitabilmente emerge. La notizia della morte dovrebbe essere comunicata dai genitori o dal genitore sopravvissuto e dovrebbe essere fatto il prima possibile. I bambini infatti hanno necessità di due cose fondamentali: potersi FIDARE e conoscere la VERITÀ.

Gli effetti più disturbanti in queste situazioni sono dati dalla sensazione di non capire cosa stia succedendo. Questo crea molta confusione e insicurezza nel bambino, che tenterà di gestire attraverso delle personali interpretazioni la realtà. I timori inizialmente riguardano di solito il pensiero di aver causato l’evento, che la stessa cosa possa capitare a lui o alla mamma/papà, e soprattutto il pensiero di chi si occuperà di lui. Comunicare la notizia in maniera adeguata: per aiutare il bambino a comprendere e rassicurarlo dalle sue paure è importante parlare subito con lui.

Bisognerebbe utilizzare un linguaggio semplice e comprensibile per il bambino, ma chiaro e non ambiguo in modo tale che non si creino aspettative irrealistiche. Bisogna essere disponibili anche a rispiegare più volte i fatti, senza aggiungere dettagli irrilevanti e tentando di rispondere solo alle domande del bambino con esempi concreti e veritieri. Non utilizzare metafore o menzogne rispetto all’accaduto nel tentativo di rendere la comunicazione meno dolorosa, in realtà questo ha il solo effetto di creare confusione e sfiducia nel bambino. Fate attenzione al linguaggio del corpo che deve essere coerente con quello che dite e comunica molto di più delle parole stesse.

A seconda delle convinzioni religiose della famiglia si può dire che loro trovano risposta in quello che indica il loro credo.
Soprattutto è importante specificare al bambino che niente di quello che ha potuto fare o pensare ha avuto un ruolo nella morte, ne avrebbe potuto evitarla.

Sarebbe utile educare i bambini all’evento della morte prima che questa si presenti come evento traumatico nella sua vita. Si possono sfruttare occasioni come la morte di una pianta o di un animale per spiegare la morte come assenza di vita. Il bambino avrà così l’occasione di vivere un’esperienza che gli faccia capire che la morte è reale, definitiva, naturale e un’occasione per dire addio.

 

Bowlby J. (1973). Attachmnet and Loss: vol. 2 – Separation, Anxiety and Anger, London, Hogarth Press; trad. it. Attaccamento e perdita: vol. 2 – La separazione dalla madre, Torino, Bollati Boringhieri, 1978
Sunderland M. Aiutare i bambini a superare lutti e perdite. Erickson 2015
Verardo A. R., Russo R. Tu non ci sei più e io mi sento giù. Editore CSR – Roma

Le ossessioni e le compulsioni: quale senso di colpa nascondono?

Le caratteristiche centrali del disturbo ossessivo compulsivo sono:

  • La ripetitività, la frequenza e la persistenza della attività ossessiva infatti i pensieri intrusivi si ripresentano alla mente con frequenza e permangono in modo duraturo e continuo;
  • La sensazione che tale attività sia imposta e compulsiva.

Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini che insorgono improvvisamente nella mente e che vengono percepiti come:

  • INTRUSIVI: la persona ha la sensazione che “irrompano da soli” o che siano indipendenti dal flusso di pensieri che li precede);
  • FASTIDIOSI: la persona sperimenta disagio per il contenuto o per la frequenza;
  • PRIVI DI SENSO  la persona ha la sensazione che siano irrazionali, esagerati o comunque non giustificati o poco legati alla realtà presente.

Le compulsioni sono azioni mentali e/o comportamenti che si manifestano in risposta alle ossessioni e che ne rappresentano un tentativo di soluzione; di solito sono seguite da un senso sollievo dal disagio causato dalle ossessioni, seppure un sollievo solo temporaneo.

Per spiegare le cause si fa di solito ricorso a spiegazioni di tipo bio-psico-sociale.

Dal punto di vista psicologico, esistono evidenze del fatto che alcune esperienze e alcune caratteristiche educative possono contribuire fortemente alla genesi del disturbo ossessivo compulsivo.

Lo scopo di prevenire una colpa è una condizione necessaria per avere sintomi ossessivi.

Esistono ampie evidenze empiriche e cliniche che il timore di colpa e l’elevato senso di responsabilità predicono la tendenza ad avere ossessioni e compulsioni.

Anche una forte rigidità morale, di frequente frutto di una educazione particolarmente severa, con grande attenzione alle regole e con punizioni sproporzionate e/o difficilmente prevedibili, è un elemento che generalmente si trova nella storia delle persone che soffrono del disturbo ossessivo compulsivo (DOC); si tratta di aspetti educativi che molto probabilmente favoriscono l’esagerata responsabilità e la sensibilità alla colpa.

Chi soffre di DOC vive una vita oppressa dal senso di colpa. Come cita Mancini e il suo gruppo di lavoro nel libro “La mente ossessiva”, alla base del disturbo c’è un particolare senso di colpa, quella denominata colpa morale, legata cioè alla trasgressione di una norma e alle conseguenze nocive che potrebbero nascere.

E’ questo tipo di colpa che ti fa chiedere: “hai chiuso il gas?”, perchè se non lo fai bene con sufficiente cura, potresti causare danni terribili. “se ho pensato a qualcosa di tremendo allora potreii farlo realmente”; e allora non posso far altro che controllare che non arrivi più quel pensiero. così facendo naturalmente il pensiero tornerà e ogni tentativo di sopprimerlo lo impone sempre più alla coscienza rendendolo più vivido e quasi reale. Mancini descrive gli strumenti della terapia cognitiva, a tutt’oggi l’approccio che più di ogni altro si è mostrato utile per ridurre il DOC.

Fai un’azione che credi dannosa ed evita di mettere in atto compulsioni, vedrai che tra un po’ l’ansia ti passa. Cerca di capire che c’è realmente dietro quel disgusto che provi per te stesso e rivolgi lo sguardo altrove.

 

Il decorso e le conseguenze del DOC:

Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) tende a cronicizzarsi, seppure con fasi di miglioramento che si alternano a fasi di peggioramento, raramente il suo decorso è episodico.

Considerando che di solito l’esordio è in età giovanile, si tratta di un disturbo che colpisce prevalentemente persone giovani, dunque con una lunga aspettativa di vita. Una frequente conseguenza del disturbo è un peggioramento della vita anche dei familiari: la persona può avere sintomi così pervasivi da diventare invalidanti non solo per sé, ma anche da impedire il normale funzionamento della vita dei familiari.

 

Come guarire?

Le linee guida internazionali indicano nella terapia farmacologica e nella terapia cognitivo-comportamentale i trattamenti più efficaci.

La terapia cognitivo-comportamentale è finalizzata a breve termine a ridurre la quantità e la frequenza dei sintomi e, più a lungo termine, a rendere il soggetto meno vulnerabile ai temi e ai meccanismi cognitivi che hanno contribuito alla genesi e al mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo.

La tecnica elettiva nel trattamento è l’Esposizione combinata con la Prevenzione della Risposta.

L’esposizione (nelle sue diverse varianti: esposizione graduale o prolungata; per immagini o in vivo) consiste nel mettere un soggetto in contatto con uno stimolo o situazione che elicita disagio per un lasso di tempo maggiore a quello che il soggetto normalmente tollera.

Ad esempio si chiede ad un soggetto che ha tra i suoi sintomi quello di evitare di toccare le maniglie delle porte, di toccare una maniglia e di mantenere il contatto per 2 minuti. La sperimentazione dell’ansia è negli obiettivi della tecnica; il paziente viene però aiutato sia graduando l’esposizione e sia attraverso interventi preventivi che motivano e riducono la minacciosità del contatto.La prevenzione della risposta consiste nel bloccare i comportamenti sintomatici normalmente messi in atto dal paziente dopo il contatto con la situazione temuta. Il comportamento viene bloccato per un tempo maggiore rispetto quello in cui il paziente è “naturalmente” capace di procastinare la risposta.

In uno studio del 2011 condotto da Nazari vengono messe a confronto due tipologie di trattamento per il Disturbo Ossessivo-compulsivo (DOC): trattamento farmacologico con citalopram e EMDR. Entrambi migliorano i sintomi del DOC, ma tra i due l’EMDR risulta essere il trattamento maggiormente efficace.

Il presente studio costituisce uno dei primi tentativi di confronto tra EMDR e SSRI nel DOC, quindi i risultati devono essere considerati con cautela in funzione anche di quegli elementi che l’autore stesso ha individuato come limiti del proprio lavoro (follow-up a breve termine, bassa dose di citalopram e nessuna registrazione degli effetti collaterali).

 

BIBLIOGRAFIA:

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Cortina Raffaello Editore.

Lakatos A., Reinecker H. (2005). Terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo ossesivo-compulsivo. Giovanni Fioriti Editore.

Nazari H., Momeni N., Jariani M., & Tarrahi MJ. (2011). Comparison of eye movement desensitization and reprocessing with citalopram in treatment of obsessive-compulsive disorder. International Journal of Psychiatry in Clinical Practice, 15(4): 270–274. DOI: 10.3109/13651501.2011.590210. Epub 2011 Aug 3.

L’incontro fra paziente e terapeuta è l’incontro di due storie e dove avviene l’incontro si costruisce una nuova storia dove entrambi partecipano attivamente

Quello che solitamente si richiede ad uno psicoterapeuta è una buona capacità a monitorare in modo continuo l’andamento emotivo della relazione, esplorando le proprie emozioni e provando a stimolare una riflessione congiunta con il paziente su ciò che sta accadendo nella relazione.
È molto importante per permettere questo capire cosa accade nella mente dell’altro e nella nostra mente.
Cosa ci aspettiamo da una relazione e cosa mettiamo in gioco del nostro passato?
I sistemi motivazionali
I sistemi motivazionali fondano su disposizioni innate, selezionate dai processi evoluzionistici. Si tratta di tendenze, propensioni ad agire verso obiettivi specifici (differenti dal concetto di istinto), inviti a perseguire particolari forme di interazione fra organismo e ambiente. Queste tendenze sono universali ed operano in tutti gli individui della specie anche se le loro espressioni concrete nel comportamento variano in funzione dell’esperienza del singolo individuo.
Ogni comportamento è dunque espressione di un confronto fra tendenze innate a perseguire determinate mete e le memorie di precedenti interazioni fra individuo e ambiente. Ogni comportamento contiene comunque un elemento motivazionale diretto a una meta tesa a realizzare un valore evoluzionistico di adattamento.
Ma quanti e quali Sistemi sono stati individuati dalla ricerca?
Conoscere gli SMI attivati durante la terapia  è importante per fornire risposte appropriate rispetto a schemi disfunzionali interiorizzati apportando così cambiamenti validi e funzionali.
Così il percorso terapeutico viene scritto a quattro mani.

Penso troppo!!! Mi farà bene?

Il rimuginio si differenzia dal pensiero creativo o pensiero funzionale in quanto rimaniamo chiusi nei nostri pensieri negativi e immaginiamo situazioni negative.

Il termine rimuginio è stato introdotto nel campo della psicopatologia cognitiva dagli studi di Borkovec come fenomeno mentale che si accompagna all’ansia e contribuisce al suo mantenimento e aggravamento. In seguito, ha attratto crescente interesse e attenzione, fino ad essere inserito come criterio diagnostico principale del disturbo d’ansia generalizzato nel DSM-IV (APA, 1994).

Il rimuginio patologico sarebbe caratterizzato dalla ripetizione mentale persistente dei termini del problema, unito a predizioni catastrofiche legate al problema che preoccupa il soggetto; inoltre, persiste un’incapacità di scegliere con decisione un piano operativo di risposta al pericolo e di soluzione al problema, in quanto il soggetto tende a giudicare ogni soluzione come insufficiente e non risolutiva.

Quando ci si trova a pensare più spesso ad un problema è bene dunque porsi alcune domande:

  • “I miei pensieri portano ad una soluzione?”;
  • “I miei pensiseri sono utili per affrontare la situazione?”.

Successivamente bisogna distinguere il rimuginio produttivo da quello non produttivo.

Il rimugino produttivo lo possiamo riconoscere perché porta all’azione.

Ricercate i comportamenti evitanti: l’evitamento è una modalità mentale e comportamentale, un processo che consiste nel tenersi lontano da quei luoghi, circostanze e situazioni in cui esperienza ansiosa si è precedentemente verificata o pur senza essersi mai verificata prima, ha secondo il soggetto, più possibilità di verificarsi in futuro.

Inutile sottolineare come questa strategia dell’evitamento sia esistenziale per i pazienti con attacco di panico che progressivamente restringono il loro campo d’azione per non rischiare di incorrere in situazioni che ritengono insopportabili.

Evitando alcune situazioni il rischio è quello di impedirsi di poter cambiare idea rispetto a quanto si teme, costringendosi così a evitamenti sempre più estesi.

Trasformate l’evitamento in esplorazione: con l’esplorazione si ricerca la novità, si allargano i confini, mentre l’evitamento li restringe. L’evitamento in sé non è negativo e anzi può risultare molto utile quando si prevede che le novità siano così minacciose da destabilizzare il sistema stesso.

Attenti a come valutate e interpretate i vostri processi mentali: per esempio nell’attacco di panico la perdita d’integrità psicofisica è temuta in modo tale che il solo pensare all’eventualità di poter subire, ad esempio, un infarto spaventa moltissimo. I sintomi fisici dello spavento e della paura generano ulteriore ansia perchè vengono interpretati come la prova che l’evento temuto si sta veramente realizzando in quel momento. L’interpretazione errata agisce come moltiplicatore della paura stessa e provoca il panico.

Watkins, E. (2016). Rumination-Focused Cognitive -Behavioral Therapy for Depression. The Guilford Press.

Sassaroli S. Lorenzini R. Ruggiero G. M. (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Raffaello Cortina Editore.

Wells, A. (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. McGraw-Hill.

“Mi sento sbagliata è tutta colpa mia. Pensieri che fanno star male!”

Quante volte ci siamo ripetuti frasi come queste: “Mi sento sbagliato, ho rovinato tutto, la mia vita è un fallimento ecc.” senza tener conto che sono proprio pensieri come questi a farci star male (Non dimentichiamo che non sono le cose che accadono a farci star male, ma i pensieri che ci facciamo sopra ad innescare situazioni di malessere).

Evidentemente il modo di vedere il mondo, anche se condiviso, rende le persone più o meno serene.

La mente da se stessa può far diventare un paradiso un inferno e un inferno un paradiso (Jhon Milton, Paradise Lost, I, 253).

Cosa possiamo fare allora per cercare di modificare i nostri pensieri???
Accade un qualcosa, ci penso sopra e in base a quello che penso posso star bene o male e di conseguenza comportarmi in maniera positiva o negativa.

Chi pensa in questo caso sono io, quindi, dipende molto da me!

Secondo la REBT (Rational Emotive Behaviour Therapy) esistono in ciascuno di noi una gamma di concetti di natura irrazionale, illogica e irrazionale, talvolta di tipo superstiziosa, a cui molte persone credono e vi si attengono continuando a soffrire.
Queste idee disfunzionali le troviamo associate alla maggior parte dei disturbi emotivi e delle abitudini comportamentali autolesive.

Metodo A,B,C...

A sta per antecedent, B per belief, C sta per conseguence.

A: situazione problematica,c’è sofferenza emotiva;

B: sono i pensieri, le convinzioni che le persone hanno per valutare bene o male l’A (antecedent);

C: sono le emozioni, comportamenti, azioni.

Scrivi su un foglio divindendolo in tre colonne (A, B, C):

 

A: Situazione

Il mio ragazzo non mi ha telefonato

B: Pensieri

Non mi ama, non ci tiene a me

C: Emozioni

Tristezza

Per ogni pensiero, per passare dalle convinzioni irrazionali alle convinzioni razionali, rispondi a queste tre domande:

  1. È vero quello che penso? ho le prove? se si quali?
  2. Questi pensieri mi aiutano a star bene o il meglio possibile?
  3. Quello che penso è utile per i miei scopi, per le cose che desidero?

Riscrivi i pensieri dopo averli ridimensionati con le tre domande.

Ripeti, ripeti e ripeti ancora, questo schema per creare nuove abitudini di pensieri, emozioni e comportamenti.

Il mondo va come deve andare. Ciò non vuol dire che vada bene. tuttavia nel mio scorcio di vita ho necessita di viverci al meglio dentro il mondo. E questo presuppone che io abbia aspettative realistiche in linea con con le mie possibilità, mezzi e spazi temporali. Se riesco ad ipotizzare uno stile di vita dove nulla o quasi è terribile, catastrofico o insuperabile vivrò meglio.

Bibliografia:

Ellis A. (1962), Reason and Emotion in psychoterapy, Secaucus, NJ: Citadel.

Ellis A. (1993), L’autoterapia razionale-emotiva, Trento, Erickson.

Di Pietro M. (1999), L’ABC delle mie emozioni, Trento, Erickson.

Verità R. (2000), Con la testa tra le favole, Trento, Erickson.